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Il 10 febbraio è morto a Londra Stuart Hall, grande pensatore britannico nato a Kingston nel 1932, iniziatore del campo disciplinare dei Cultural Studies, figura carismatica impegnata nelle più importanti battaglie per i diritti civili e la giustizia sociale nella Gran Bretagna postimperiale, maestro e guida ideale di molte generazioni di intellettuali ed artisti in molti continenti.
La ricchezza della sua personalità di studioso e di intellettuale “pubblico” è stata stupefacente e difficilmente riassumibile. Analista e commentatore politico lucido e combattivo, nel 1960 fu tra i fondatori della New Left Review e suo primo direttore, mantenendo per tutta la vita un ruolo di coscienza critica non solo verso l’establishment ma anche all’interno della sinistra. Celebri le sue battaglie contro il thatcherismo e, successivamente, il neoliberismo; molto frequenti ed autorevoli i suoi interventi radiofonici e televisivi sia come ospite in dibattiti e interviste, sia come autore di programmi di analisi culturale, incentrati su questioni di complessità identitaria soprattutto nella realtà caraibica ed in quella della Gran Bretagna multietnica. Accademico illuminato e radicalmente innovatore, nel 1964 co-fondò, con Richard Hoggart, il Centre for Contemporary Cultural Studies presso l’Università di Birmingham e ne fu il direttore dal 1968 al 1979, cioè negli anni di maggiore produttività concettuale del Centro: proprio in quel periodo diede vita e gettò le basi dei futuri sviluppi del campo disciplinare degli Studi Culturali che avrebbero presto raggiunto un’influenza planetaria, radicandosi nei centri universitari più aperti e innovativi di tutto il mondo, dall’Europa, alle Americhe, all’India, senza tralasciare l’Italia che fu anzi uno dei terreni di coltura dei nuovi orientamenti, grazie anche a fruttuosi interscambi di studiosi e di sperimentazioni soprattutto (ma non solo) con L’Orientale di Napoli.
Proprio l’Orientale nel 2008 gli conferì una delle molte  (almeno 25!) Lauree Honoris Causa che gli sono state tributate per la feconda innovatività del suo pensiero critico sempre teso a riconoscere la complessità dei fenomeni culturali e accettarne la sfida adottando un approccio metodologico, duttile e rigoroso insieme, che mettesse “in crisi” (come insisteva, ricordando la vicinanza etimologica tra “critica” e “crisi” ) gli statuti disciplinari cristallizzati in protocolli asfittici, e si aprisse alla ricchezza dell’interdisciplinarietà e dell’interculturalità. Il dialogo, mai acritico, con varie correnti del pensiero continentale (in particolare una rilettura di concetti gramsciani vitali, come quello di egemonia) scosse profondamente e durevolmente il panorama accademico britannico, determinando un significativo rinnovamento sul doppio versante del metodo e degli oggetti dello studio. Grazie all’influsso degli Studi Culturali acquistarono diritto di cittadinanza fenomeni culturali prima inconcepibili come possibili tematiche di ricerca: i media (in particolare la stampa e la televisione popolari) ed altri fenomeni della cultura di massa, gli stili di vita giovanili, la posizione dei soggetti emarginati e subalterni all’interno delle dinamiche egemoniche; tutti temi che infrangevano la prescrittività dei canoni disciplinari e curriculari, scardinando le barriere tra Cultura (con la “C” maiuscola) e culture (plurali e con la “c” minuscola). A partire dagli anni ’70 e ’80, anche rispondendo alle spinte provenienti dal movimento femminista e dagli acuti problemi registrati nelle politiche interetniche, l’elaborazione teorica di Hall si concentrò sulle questioni della formazione identitaria di genere e di etnia.
Con il lavoro svolto come direttore del Centro di Birmingham e, successivamente (dal 1979 al 1997), come Professore e direttore del Dipartimento di Sociologia presso la Open University, Stuart Hall ha dato un grandissimo contributo alla definizione di strumenti analitici e interpretativi per comprendere le questioni dell’ibridità identitaria tipica della condizione contemporanea, un contributo dal quale non possono prescindere gli studiosi di letteratura e di cultura che operano nell’AIA, e non solo i, pur numerosi, studiosi di questioni postcoloniali. Soprattutto rilevante è l’attenzione da lui riservata alla centralità del ruolo esercitato dalle rappresentazioni e contro-rappresentazioni culturali (ivi comprese quelle letterarie, e più in generale, quelle artistiche) elaborate dai diversi attori della lotta per l’egemonia in una dinamica costante in cui non è garantita alcuna posizione stabile ed il cui esito è sempre aperto: questo suo richiamo alla complessa articolazione delle pratiche e dei prodotti culturali può essere quanto mai utile a sventare le lusinghe riduttivistiche a cui spesso si rischia di cedere. Sono particolarmente importanti a questo proposito le riflessioni da lui sviluppate, soprattutto negli ultimi due decenni, all’interno di un ampio dibattito internazionale ancora in corso, sull’arduo tema dell’autorappresentazione dei soggetti subalterni e postcoloniali, da lui spesso definita come “the burden of representation”. 
Stuart Hall ha sviscerato questo tema non solo in connessione con la testualità verbale, ma anche con quella musicale e visuale, aree queste ultime che gli sono state sempre profondamente a cuore. Alle arti visive ha dedicato specifica attenzione negli anni più recenti, riuscendo anche a coronare un ambizioso progetto di costruzione di un luogo fisico (denominato “Rivington Place” dalla sua collocazione topografica nel quartiere di Shoreditch a Londra), che oltre a una biblioteca specializzata offre lo spazio materiale per lo svolgimento di dibattiti, presentazioni e allestimenti di mostre dedicate alla produzione di artisti diasporici, nonché la sede per due istituzioni militanti come lo Institute of International Visual Arts (InIVA) e la Association of Black Photographers.
Oltre che nei moltissimi testi (in gran parte collettivi) di cui è stato autore e curatore, e nelle molte monografie e raccolte di saggi pubblicate su di lui, una recente e coinvolgente testimonianza sul lavoro della sua impegnatissima vita di intellettuale che ha attraversato (e talvolta modificato) la storia culturale britannica di un secolo di grandi trasformazioni socioculturali si può seguire in un film, The Stuart Hall Project (2013), di John Akomfrah. Il film, da qualche settimana, è disponibile anche in DVD, mentre una installazione multischermo sullo stesso soggetto (The Unfinished Conversation, anch’essa di Akomfrah) è ancora visitabile fino al 23 marzo 2014 presso la Tate Britain di Londra.
Data la notorietà dello scomparso, i media e la rete hanno prodotto un’immensa mole di omaggi, ricordi, riflessioni, di cui sarebbe impossibile dare conto. Tra i più informativi, comparsi nei primissimi giorni dalla sua morte, la testimonianza di David Morley e Bill Schwartz pubblicata su The Guardian il 10 febbraio <http://www.theguardian.com/politics/2014/feb/10/stuart-hall> ed un programma della BBC,  Radio4, del 12 febbraio <http://www.bbc.co.uk/programmes/b03tt50m).
 
 Marina Vitale